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Il mio profumo è cambiato!

Esistono profumi che hanno segnato un’epoca e che evocano potentemente memorie di nonni, di madri o padri, e di altri tempi. Ecco dei nomi, solo per citarne alcuni: Le Dix, di Balenciaga, del 1947; Fleurs de Rocaille, di Caron, del 1933; Mitsouko (1919), Shalimar (1925) e il Vetiver (1959) di Guerlain; Joy, Jean Patou, del 1930; Fracas di Piguet del 1948.

Alcuni sono tutt’ora in produzione, ed hanno qualcosa in comune: sono cambiati.  La percezione soggettiva di chi li trova diversi da come li ricordava corrisponde in effetti ad un’amara verità, ovvero il fatto che nel tempo le loro formulazioni sono variate.  Sono dovute variare.  A volte, semplicemente perché una materia prima impiegata nella prima formula originale non esiste più, oppure non è più disponibile o addirittura è vietata perché nel frattempo se ne è scoperta la tossicità.

Pensiamo al muschio di quercia, uno degli ingredienti di base della famiglia Chypre. Oggi se ne ammette l’utilizzo fino ad una concentrazione minima rispetto al libero impiego di qualche decennio fa. Di conseguenza, un profumo fortemente caratterizzato da quella materia prima per rimanere in produzione deve ricorrere ad un replacer, ovvero ad un sostituto dell’ingrediente originario.

Il problema è che non sempre questa operazione è indolore: spesso la potenza olfattiva e la ricchezza di sfumature di una materia prima non sono sostituibili, e di conseguenza il profumo modificato sembra annacquato.  Altre volte, purtroppo, il desiderio eccessivo di risparmiare sui costi di produzione ha favorito l’uso di aromachemicals  al posto di più pregiate (e costose) materie prime naturali. In ogni caso, il risultato finale non cambia. I profumi, invece, si.


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